“SUI MIGRANTI PAROLE SCONTATE PER TENERE LONTANO I PROBLEMI REALI” di A. Ballerini

“SUI MIGRANTI PAROLE SCONTATE PER TENERE LONTANO I PROBLEMI REALI” di A. Ballerini
8 Maggio 2018 GENOVASOLIDALE - Web

Pubblichiamo l’articolo dell’Avvocato Alessandra Ballerini uscito su La Repubblica in data Domenica 6 maggio 2018

SUI MIGRANTI PAROLE SCONTATE PER TENERE LONTANO I PROBLEMI REALI

di Alessandra Ballerini

“Le parole fanno le cose”, dice Foucault. E a volte fanno anche le persone. In tema di migrazioni quanti vocaboli, spesso dispregiativi, vengono utilizzati, a volte senza una reale consapevolezza, per indicare intere categorie di individui! Ad esempio, quando si parla degli arrivi dei profughi sulle nostre coste si adopera quasi sempre il termine ” invasione”, anche se, come quest’anno, ci si riferisce a neppure 10 mila persone. Chi arriva via mare, in fuga da violenze e mali indicibili, secondo il gergo comune, “sbarca” da “carrette del mare” sovraffollate di ” disperati”. A Lampedusa i miei amici mi hanno insegnato che le persone, a differenza degli eserciti, non sbarcano ma approdano. E lo fanno per lo più, non da “carrette”, ma, se tutto è andato bene, dagli scafi delle grandi navi ( che qualcuno chiama ” taxi del mare”) della guardia costiera o delle Ong ( almeno di quelle che ancora non sono state sequestrate da qualche magistrato che confonde il dovere di soccorso in mare con un reato). E non sono “disperati” ma portatori di un’irriducibile speranza. Almeno i vivi. Chi non ce la fa, chi approda privo di vita a causa delle atrocità e delle privazioni subite in Libia e nella traversata in mare, viene impietosamente liquidato, nei bollettini delle prefetture, come ” elemento” o, peggio ancora, come P.M., profugo morto. I vivi poi vengono smistati. Chi ha contratto la scabbia nei campi di prigionia libici, finisce rinchiuso nella zona predisposta per gli ” scabbiati”, mentre la polizia tenta, secondo criteri a dir poco oscuri, di separare i potenziali richiedenti asilo dai “migranti economici”. Con questa ultima definizione si vorrebbero indicare, non già, come verrebbe da pensare, i migranti parsimoniosi, ma quelli che sono fuggiti dal proprio Paese, rischiando la vita in Libia e nel mare ” solo” per fuggire da una povertà endemica ed estrema, vale a dire solo per poter vedere garantito il diritto inviolabile alla vita.

I migranti economici potrebbero essere espulsi, o meglio ” respinti”, utilizzando un’altra delle parole care alla nostra violenta burocrazia. Respinti, cacciati via, rimandati nell’inferno dal quale erano faticosamente riusciti a scappare. Senza tante cerimonie: con i lacci ai polsi, ordini urlati, la scaletta di un aereo salita a forza, divise come compagni di un viaggio di non ritorno.

I più fortunati, quelli che riescono a chiedere protezione internazionale, sono, per l’appunto, “richiedenti”. Come fossero questuanti, mendicanti di un diritto che dovrebbe invece essere inviolabile e sacro.

Se la domanda di protezione viene rigettata, perché la loro storia viene giudicata “inverosimile” (ma si tratta oggettivamente di storie, per l’appunto, ” dell’altro mondo”), quelle stesse persone diventano, in virtù di un foglio di carta. ” diniegati” o ” rifiutati”. Ed è quasi grottesco che una sola lettera faccia la differenza tra l’inferno dell’essere ” rifiutato” e il paradiso di essere riconosciuto”rifugiato”.

” Mi hanno rifiutato” ti dicono quando si presentano affranti e increduli in studio chiedendoti aiuto per fare valere le proprie ragioni davanti ad un giudice che si spera più attento della commissione. Non appena si inizia l’iter processuale si diventa ” ricorrenti”. E dato che la maggior parte dei richiedenti asilo vede in prima istanza rifiutata la propria domanda, diventare ricorrenti è fatto, in effetti, piuttosto ricorrente.

Se la domanda viene rigettata in tutti i gradi di giudizio si è condannati ad diventare irregolari. Anzi, come molti amano dire con una parola che andrebbe abolita da qualsiasi dizionario, almeno se riferita ad esseri umani e non a corse di cavalli: “clandestini”. Le parole fanno le cose. Impariamo a chiamare le persone “persone” indipendentemente dalla (cattiva) sorte che è toccata loro in dote. Perché le parole che noi pronunciamo “fanno” anche noi.