Il ricordo rimosso della spagnola

Il ricordo rimosso della spagnola
26 Marzo 2020 GENOVASOLIDALE - Web

Pubblichiamo l’articolo di Ferdinando Fasce presente sul “Il Secolo XIX”, in data 24 marzo 2020, p. 15.

“Molto, e giustamente, si è parlato, in queste ultime terribili settimane di lotta collettiva al
coronavirus, della spaventosa pandemia conosciuta come la “Spagnola” che sconvolse il mondo
esattamente un secolo fa, fra il marzo del 1918 e la fine del ’19, lasciando sul campo dai 50 ai 100
milioni di persone, ovvero tre volte, anche nelle stime più caute, i caduti dell’appena conclusa
Grande guerra. Meno ci si è soffermati sul fatto che su quella gravissima crisi sanitaria calò una
rimozione collettiva che durò almeno mezzo secolo. Interrogarsi sulle cause di quella rimozione,
su quando e come la si superò e su quali sforzi dobbiamo fare oggi per fermare e acquisire una
memoria collettiva seria e utile di quanto ci sta accadendo non è dunque un semplice esercizio
retorico e può anzi contribuire a porre questi nostri difficili giorni in una prospettiva storica che ci
aiuti a superarli. Perché allora c’è voluto mezzo secolo, sino al 1968, per guardare in faccia in
chiave storica un fenomeno così devastante e del quale non ci sono, ad esempio, che un paio di
tracce nella grande letteratura statunitense coeva e successiva, ovvero in un capitolo di Look
Homeward, Angel di Thomas Wolfe e soprattutto nel bellissimo racconto Pale Horse, Pale Rider
di Katharine Ann Porter, lei stessa sopravvissuta a un attacco durissimo della pandemia? Intanto
perchè il ricordo di un evento distruttivo più facilmente riconoscibile, sovrapposto alla Spagnola e
assolutamente senza precedenti, per durata e intensità, come la Grande guerra si “mangiò”
letteralmente, col concorso delle istituzioni, dallo stato all’associazionismo dei reduci, in vario
modo interessate a fissarlo nel tempo, lo spazio e l’attenzione disponibili nella memoria collettiva.
In secondo luogo, anche per carenze tecniche di rilevazione, gli epidemiologi dell’epoca ne
sottostimarono enormemente le dimensioni, valutandone le vittime attorno ai 21 milioni a livello
mondiale. Infine e forse soprattutto la vicenda della Spagnola, oltre a rappresentare un ulteriore,
terribile scacco per l’ottimismo razionalistico scientifico, già fortemente provato dalla carneficina
delle trincee, mal si prestava a essere ricompresa nelle grandi narrazioni di sacrificio ed eroismo
virile, nazionalista e militarista che predominarono nel periodo fra le due guerre, non senza
qualche proiezione di sé anche nelle prime e più accese fasi della Guerra fredda che ne seguì.
In realtà si dovette attendere la nuova sensibilità storica per gli aspetti apparentemente meno
eroici, ma più radicati e profondi della vita di tutti, l’attenzione per la storia sociale della medicina
e per quella del clima che emersero negli anni Sessanta e Settanta per veder comparire le prime
ricerche accurate sulla pandemia del 1918. Ma invero ci volle ancora del tempo, si dovette
arrivare alla crisi sanitaria legata all’Aids perché quelle pionieristiche indagini storiche sulla
Spagnola diventassero, negli anni Ottanta, parte di un’attenzione sostenuta e diffusa, in vario
modo sovrapposta alle denunce che proprio storici e sociologi nel frattempo stavano sviluppando
sui ritardi e le reticenze dei governi, in particolare quello reaganiano, nella presa d’atto e nella
risposta fattiva al nuovo contagio. Tutto questo dimostra quanto sia complessa e delicata,
lastricata di censure, rimozioni e manipolazioni, la costruzione della memoria pubblica. E dunque
richiama alla responsabilità che abbiamo tutti di non prendere a calci il passato e di adoperarci
non solo per fare tesoro delle sue lezioni, ma anche per predisporre una memoria di quel che ci sta
accadendo che serva oggi a noi e domani a chi verrà. Una memoria nella quale devono trovare
posto la riscoperta, che facciamo ogni giorno, di quanto conti, contro le urla dei ciarlatani, e
quanto meriti di essere ascoltata anche fuori dalle emergenze, la conoscenza scientifica seria. Di
quanto conti un’informazione davvero libera da pregiudizi e aperta alla curiosità di sapere e far
sapere. E di quanto conti lo spirito di comunità di cui per fortuna, nonostante gli sconquassi
dell’ultimo quarantennio, siamo ancora capaci”.