Gli esuli Afghani a Genova, non lasciamoli soli.

Gli esuli Afghani a Genova, non lasciamoli soli.
16 Settembre 2021 GENOVASOLIDALE - Web

Alessandra Ballerini

Articolo apparso su Repubblica, 16 settembre 2021

Qualche tempo fa una mia amica, che ha la speciale empatia di sapere sempre cosa ho bisogno di leggere, mi ha regalato una sua personale edizione di un librino tragicamente sempre attuale “Essere in tempo di guerra” della poetessa Etel Adnan.
Lo leggo e rileggo in queste settimane in cui parenti di amici e di clienti afghani sono intrappolati a Kabul e in altre città meno note.
Molti di loro sono scrittori o attivisti esuli in Italia che, alla pena per i loro cari sotto la minaccia della follia talebana e dell’indifferenza internazionale, uniscono il senso di colpa per essersi esposti contro il regime talebano ed aver così messo involontariamente in ulteriore pericolo la famiglia rimasta in patria.
Sottrarsi alla loro pena, nelle giornate di ferragosto chiassose di ferie ma lacerate da esplosioni che si abbattono sull’unica possibilità di fuga di queste famiglie, ammassate all’aeroporto perché “meglio morire sotto le bombe che sotto le loro mani”, è impossibile.
Allora trovo rifugio e ripeto come un mantra le parole della poetessa “figurarsi una pioggia di fuoco, sentirne il rumore, avere il cuore spezzato, fissare gli alberi, tornare alla prima pagina, leggere di nuovo GUERRA, guardare la parola come fosse un ragno, sentirsi paralizzati, cercare aiuto in se stessi, conoscere l’impotenza…”
Abbiamo parlato di questa pena e di alcune ipotizzabili risposte in due gremite serate genovesi: all’irrinunciabile Suq e al centro civico Buranello insieme agli amici di Genova solidale.
Perché in realtà qualche soluzione ci sarebbe: non vendere armi, non fare accordi, con collaborare e non avere “dialoghi distensivi” con nessun regime o dittatura di sorta, investire risorse in veri aiuti umanitari e in accoglienza, applicare, senza se e senza ma, quel dovere di solidarietà tra persone e tra gli Stati su cui si fondano la nostra Repubblica e l’Unione Europea, ricordarsi che i diritti fondamentali e tra i primi il diritto ad una vita dignitosa e il diritto all’asilo non possono essere soggetti a quote. Non vale cioè per i diritti umani la regola del “prima io” ma quella più equa del “tutti” “ogni” “ciascuno” così come previsto nell’incipit delle norme costituzionali o convenzionali.
E quindi, in buona sostanza, nell’emergenza umanitaria di queste settimane (e delle prossime a venire) in cui molte famiglie cercheranno legittimamente una via di fuga dalla furia talebana, occorre concedergliela.
Una via che sia legale però, e in sicurezza.
Non è un’utopia ma una precisa previsione normativa, basta leggere il poco noto articolo 25 del codice dei Visti Shenghen.
Come ricordato dall’avvocato Generale della Corte di Giustizia Paolo Mengozzi, già nel 2017 “indignarsi e lodevole salutare. La Corte ha tuttavia l’occasione di spingersi oltre come la invito a fare consacrando la via legale di accesso alla protezione internazionale che risulta dall’articolo 25 del codice dei visti. Non mi si fraintenda: non è perché lo detta l’emozione, ma perché lo comanda il diritto dell’Unione”.
Dunque non si tratta di una semplice facoltà ma di un obbligo, perché i governi sono tenuti a rispettare la Carta di diritti fondamentali che non solo vieta agli Stati membri di infliggere trattamenti inumani o degradanti ma impone loro di prendere delle misure ragionevoli per impedire che le persone subiscano tali trattamenti. Negare i visti umanitari ai cittadini afghani (e a tutti coloro che scappano da guerre o sistematiche violazioni dei diritti umani) vuol dire di fatto esporli al rischio elevatissimo di subire violenze e sofferenze inimmaginabili durante il viaggio, nonchè di perdere la vita o di vedere morire i propri compagni di viaggio, alimentando peraltro la mafia del traffico di esseri umani che tutti dicono di voler debellare.
Si potrebbe per una volta decidere di stare non con i carnefici ma con le vittime. Perchè, come direbbe Mengozzi, lo comanda il diritto dell’Unione.