FERDINANDO FASCE – Il Natale moderno nato in fabbrica. Figlio della rivoluzione industriale

FERDINANDO FASCE – Il Natale moderno nato in fabbrica. Figlio della rivoluzione industriale
5 Gennaio 2021 GENOVASOLIDALE - Web

Babbo Natale disegnato dall’illustratore americano Haddon Sundblom (1899 –  1976) per la Coca- Cola

Gli occhi di tutti sono puntati su come sarà il nostro Natale in tempo di covid19. Ma forse non è inutile ricordare che il “moderno” Natale dei consumi, così come l’abbiamo praticato sino a questa difficile stagione, non ha nemmeno due secoli di storia alle spalle. Le sue radici vanno cercate sulla costa atlantica settentrionale degli Stati Uniti, fra il New England, New York e la Pennsylvania, a cavallo degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento. Sono anni di profonde trasformazioni economiche e sociali che siamo soliti indicare come rivoluzione industriale e del mercato: fenomeni che si svilupparono con particolare intensità e rapidità proprio in quelle aree. Ma che cosa c’entrano questi fenomeni col Natale arrivato sino a noi? C’entrano perché rivoluzione industriale significava nuovi ritmi di lavoro e di vita, all’insegna di una regolarità e una disciplina sconosciute al mondo rurale. La fabbrica richiedeva atteggiamenti mentali metodici. Imponeva di abbandonare la diffusa abitudine preindustriale di darsi a libagioni ed eccessi durante le festività. Ecco allora l’impulso dei ceti imprenditoriali e professionali a che la popolazione, inclusi prima di tutto i loro dipendenti, ex contadini e contadine che affollavano gli opifici, concentrasse risorse ed energie nella stagione festiva natalizia e di fine anno non, come si era fatto sino ad allora, nelle taverne e sulle strade dei villaggi, ma nel chiuso delle proprie case, attorno al desco familiare e al rito dell’albero importato dalla Germania. Era un ideale perfettamente in linea con l’esaltazione, tipica dell’emergente borghesia urbana, della dimensione privata, familiare in quanto nucleo affettivo nel quale, con l’aiuto ancillare delle spose e dei figli, i maschi cercavano sollievo. Al riparo dalle cure e dagli impegni di una vita economica sempre più separata dalla casa, ed improntata alla velocità e alla concorrenza, “virile” e senza requie, nella società dello scambio allargato di cose e persone.

L’ideale del Natale come festa domestica, di una famiglia vissuta quale fonte di rassicurazione e affetto, con al proprio interno una netta distinzione gerarchica fra ruoli maschili e femminili, incarnava le esigenze di ordine e prevedibilità che venivano dalla sfera produttiva. E al tempo stesso forniva nuove opportunità di smercio dei beni sfornati da tale apparato manifatturiero all’avanzante rivoluzione distributiva che, grazie a canali, ferrovie, telegrafo e grandi magazzini, andava creando un mercato nazionale. Ecco allora emergere, con il pieno sviluppo di città e fabbriche, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, l’industria dei regali, indirizzati prima di tutto ai bambini. Nel frattempo, a chiudere il cerchio, favorendo l’accettazione del nuovo regime festivo da parte dei fedeli, contribuiva l’atteggiamento flessibile adottato dalle principali confessioni religiose del Paese. Non senza qualche resistenza, i pulpiti, soprattutto quelli evangelici, incoraggiarono in misura crescente il consumo durante le festività religiose, come parte integrante di una vita quotidiana da vivere, nella sua interezza, quale dono divino e testimonianza di fede. Né è un caso, del resto, che dietro molti pubblicitari emersi fra Otto e Novecento quali “apostoli della modernità”, come amavano chiamarsi, si trovassero famiglie di forte impronta religiosa protestante.

Furono loro a trainare le mode dei doni natalizi. Così come fu la propaganda della Grande guerra a provocare l’esplosione dell’uso delle cartoline augurali natalizie, con il loro corredo di renne, paesaggi innevati e scintillanti addobbi domestici. Furono i “ruggenti” e illuminatissimi anni Venti a diffondere l’uso di luminarie elettriche. Mentre il decennio successivo, nonostante la crisi, fornì alla festa, con l’immagine di Babbo Natale disegnata dall’illustratore Haddon Sundblom per la Coca-Cola, la moderna icona del consumo e del benessere. Benessere che, prometteva la pubblicità di questi anni difficili, era dietro l’angolo, bastava solo aspettare. Ma anche l’orecchio, si sa, vuole la sua parte. E la ebbe durante il secondo conflitto mondiale con White Christmas, la nostra Bianco Natale, scritta da Ira Berlin e sussurrata al microfono da Bing Crosby. La canzone sanciva la trasformazione definitiva del Natale in un grande rito familiare, che si svolgeva attorno a una tavola imbandita, un grammofono, una radio. E di lì a poco, col ritorno della pace, a una TV.

Ferdinando Fasce

articolo pubblicato su “Il Secolo XIX”,  21 dicembre 2020