“A 5 anni dal naufragio in Svezia sono libero”. Incontro con uno dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013

“A 5 anni dal naufragio in Svezia sono libero”. Incontro con uno dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013
3 Ottobre 2018 GENOVASOLIDALE - Web

Pubblichiamo l’articolo dell’inviata di Repubblica Alessandra Ziniti uscito sulla testata lunedì 1 ottobre 2018. Alessandra Ziniti con Francesco Viviano saranno a Genova venerdì 19 ottobre alle ore 17,30 alla sala de La Claque del Teatro alla Tosse per presentare il loro libro “NON LASCIAMOLI SOLI”. L’incontro è organizzato da Genovasolidale e dal Teatro della Tosse (ingresso gratuito) .

“Sono io, non mi riconosci?”No, se non sapessi che è lui non lo riconoscerei. Eccolo qui Solomon, impettito nella sua divisa di autista di autobus, la targhetta col nome che spicca sulla camicia immacolata. L’Eritrea è lontana ormai, l’inferno della libia alle spalle, persino i terribili momenti nel barcone che colava a picco davanti all’isola dei Conigli sembrano passati. Cinque anni fa era quasi morto sul molo di Lampedusa, uno dei pochi sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre oggi è un giovane uomo che in Svezia ha ripreso in mano la sua vita.“Qui mi hanno accolto, istruito, formato, dato una casa e un lavoro. Ho ritrovato mia sorella e soprattutto sono diventato un uomo libero. Non chiedo niente di più”.
Avesta 15000 abitanti, 150 chilometri da Stoccolma, prati e abeti a perdita d’occhio, il fiume che divide le case. La nuova vita di Solomon ricomincia al volante dell’autobus 101 che fa la spola coi paesi vicini. Alle tre del pomeriggio, il bus è pieno di anziani e ragazzi che tornano da scuola, la maggior parte svedesi, ma anche tanti figli di immigrati. Saluti, biglietti e sorrisi.”Sì lo so, anche in Svezia i partiti anti immigrati hanno preso tanti voti, la gente si lamenta perché siamo in troppi. Ma ce l’hanno con quelli che non si impegnano a trovare un lavoro. A me non mi ha mai trattato male nessuno, né mi fanno sentire diverso. Io ho rispettato tutte le regole. Adesso mi mantengo da solo, non prendo più nulla dalla Svezia”.
Cinque anni dopo quella terribile alba di morte a Lampedusa, portato a riva dalla barca di Vito il pescatore, Solomon Ghebrihiwet Aseta, 28 anni, ha un lavoro regolare, guadagna tra 1500 e 2000 euro al mese, ne paga 600 di affitto per una casa più che dignitosa( due camere da letto, salone, cucina abitabile e bagno) che divide con sua sorella, si è comprato un’auto usata e a rate ripaga allo Stato svedese il prestito di 15.000euro col quale ha potuto arredarsi l’appartamento in cui ha ricreato gli angoli del suo paese, dal quale è fuggito a 23 anni.”In Eritrea la vita non è tua, ma dei militari. Esci la mattina e non sai se tornerai vivo. Di sette fratelli, siamo scappati in quattro. Mio padre faceva l’impiegato in tribunale, adesso per vendetta lo hanno arrestato”.
Un quartiere di palazzine basse, rastrelliere per le bici e parco giochi per i bambini. Qui gli abitanti sono quasi tutti immigrati. Musulmani e cristiani, senza tensioni.
Solomon è felice di mostrare quello che ha. “Mi sono impegnato per sfruttare tutte le possibilità che mi sono state date. So quello che sta succedendo a tanti che si vedono respinti, indicati come criminali, gente da cacciare. Non cerchiamo soldi e bella vita, ma solo la libertà, un posto tranquillo dove puoi decidere della tua vita”. In Svezia Solomon è arrivato in aereo da Milano via Francoforte, un passaporto e un biglietto procurati dai trafficanti che in Italia attendono chi arriva dalla libia e provvedono ad organizzare la tratta conclusiva del viaggio. Lui è uno di quelli che sono riusciti ad aggirare il trattato di Dublino.”Dopo due settimane a Lampedusa- racconta- mi sono nascosto sulla nave per Porto Empedocle e sono sbarcato in Sicilia. Da Agrigento a Milano in treno. Poi mio fratello, da Israele, mi ha mandato 1300euro e mi sono procurato documenti e biglietto aereo per Stoccolma. E mi sono presentato all’ufficio immigrazione”.
Identificazione, impronte,intervista con la commissione. In tre giorni Solomon ha sbrigato tutte le formalità e ha avanzato richiesta d’asilo.
“Arrivi con tutti i tuoi beni, soldi, telefonino e nessuno ti tocca nulla-racconta-Chiamano subito il mediatore culturale, ti danno tutte le informazioni e ti assegnano un alloggio. Io non ho raccontato del naufragio, temevo che mi avrebbero rispedito in Italia e ho detto di essere partito dal Sudan.Poi nel centro di accoglienza, sette mesi dopo, sono arrivati altri del naufragio che invece avevano detto la verità. Allora sono tornato dalla commissione ed ho chiesto scusa. Mi ha detto:”Ok, per noi basta questo.”Un anno dopo avevo lo status di rifugiato”. In Svezia l’accoglienza per i rifugiati funziona così. Vieni inserito in una graduatoria e puoi rivolgerti ad agenzie che affittano gli alloggi. Scorri gli annunci on line, scegli e chiedi l’assegnazione.” Avevo un amico che era ad Avesta, sono venuto qui e mi sono registrato al Comune. Per due anni lo Stato ti paga la casa, ti dà l’assistenza medica e un sussudio di 500euro al mese più un prestito di 15000 per arredarti la casa e per tutte le tue esigenze. Ti assegnano un tutor che ti segue in un percorso di formazione. Prima fai la scuola per imparare la lingua poi, quando hai superato gli esami, scegli un settore per la formazione. Io ho chiesto di diventare autista. Lo stato mi ha pagato due corsi e ho preso la licenza”.
La ricerca di un lavoro per Salomon è durata meno di una settimana. Ha girato le cittadine del circondario per lasciare il curriculum e lo hanno chiamato dall’azienda dei trasporti di Avesta. Quattro ore di lavoro e una di riposo e poi di nuovo, cinque giorni la settimana. Se lavori nel week end, la retribuzione arriva a 2000 euro. “per me è una grande vittoria, sono indipendente. Resterò qui e prima o poi mi farò una famiglia”. Intanto è arrivata Winta, sua sorella. Ci saluta con la cerimonia del caffè, i grani tostati su un fornelletto, un piccolo samovar con l’acqua bollente. Lei studia da cuoca. Erano partiti insieme dall’Eritrea nel 2013, ma lei si era fermata in Etiopia. “Dopo il naufragio l’ho chiamata scongiurandola di non partire, ma mi ha chiuso il telefono in faccia e un anno dopo è salita su un barcone. Penso basti questo a capire come la paura della morte non sia più forte della disperazione di chi parte. E quello che mi è successo a Lampedusa non è stato il peggio… nulla è peggio della prigionia in libia e nel deserto”.
Solomon domani tornerà a Lampedusa per riabbracciare i pescatori che lo hanno salvato e gli altri superstiti portati nell’isola dal Comitato 3 ottobre. Per raccontare la sua storia a centinaia di ragazzi delle scuole di tutta Europa, per celebrare la Giornata della memoria e dell’Accoglienza e per lanciare una corona di fiori in quel mare che ha inghiottito 368 suoi compagni di viaggio.